|
LETTERA APERTA AL SINDACO DI BRESCIA |
Comitato Provinciale Arcigay «ORLANDO» Brescia |
Pubblicata sul Bresciaoggi, 15 novembre 2006 Gentile direttore,
il dibattito che si è sviluppato a seguito dell'approvazione nel Consiglio comunale di Brescia di un ordine del giorno a favore dei PACS ha mostrato un variegata panoramica di argomentazioni, molte delle quali pericolose e inaccettabili, altre imprecise e lacunose. Tralasciamo le becere argomentazioni di chi rimane bloccato su concetti come natura e moralità, utili più ad uno studio di archeologia sociale che ad un dibattito politico che tenga conto del presente. Ci eravamo illusi che i nostri sforzi di sensibilizzazione fossero divenuti patrimonio comune, almeno di una parte della nostra realtà sociale, ma molte prese di posizione ed alcuni silenzi eloquenti ci riportano alla necessità di incidere ancora sul piano culturale. Precisiamo: non si sceglie di essere gay, ci si scopre tali. È la nostra «natura» che ce lo detta: non deliberiamo consapevolmente la nostra identità. Essere gay è una condizione di vita maturata spesso dopo dolorosi percorsi di accettazione, non una opzione identitaria che decidiamo di assumere. E' scorretto quindi affermare un sostanziale rispetto per le nostre scelte, perché scelte non sono! Non potremmo che essere quel che siamo. Non accettiamo di essere dipinti come «costume sociale», quasi fossimo uno dei prodotti dell'evoluzione culturale. Siamo persone, non fenomeni: rivendichiamo la dignità dei nostri affetti e le bontà sociale delle nostre relazioni di coppia. Non abbiamo mai preteso di assurgere a norma: siamo da sempre per la pluralità e per il valore delle diversità, ma abbiamo la consapevolezza che una norma è pur sempre perfettibile e, se è iniqua, deve essere cambiata. I nostri interlocutori non ci hanno spiegato perché il riconoscimento dei nostri diritti andrebbe ad intaccare la famiglia e dove si annidi il male sociale di cui saremmo portatori. I mali della famiglia stanno altrove: la precarietà, il caro affitti, la difficoltà ad accedere ad una casa propria, la mancanza di asili, la scarsa tutela sociale, i problemi della scuola pubblica, le difficoltà nell'inserimento lavorativo delle donne con figli. Problemi che anche noi vorremmo vedere risolti perché ci riguardano da vicino: non veniamo dal nulla, abbiamo tutti una famiglia «tradizionale» di riferimento, per la quale desideriamo maggiori tutele. Non avvertiamo tali questioni come in conflitto con le istanze che hanno generato la richiesta di un nuovo istituto giuridico, il PACS appunto. Si tratta semplicemente di un capitolo diverso di promozione sociale, altrettanto valido e condivisibile. Sono argomenti sui quali si dovrebbe incidere realmente, da amministratori, senza nasconderli dietro all'ennesimo «pericolo» costituito dal sorgere di nuovi istituti giuridici, che sono, lo ribadiamo, altra cosa rispetto al matrimonio. Ci si dovrebbe preoccupare più dei problemi nuovi dati dall'evoluzione sociale, invece che seminare paure e promuovere una «guerra fra poveri». Ci piace ricordare che una legge sui PACS sancirebbe solamente sul piano giuridico una situazione presente e reale in una società che ha già generato di fatto modelli nuovi di convivenza. Una pluralità di istituti e una tutela delle convivenze potrebbe addirittura rafforzare la scelta del matrimonio, oltre a garantire tutele sociali e libertà di opzione a chi sceglie di auto determinare il proprio rapporto di coppia. Nei confronti delle coppie gay, oggi senza alcun riconoscimento, sarebbe un doveroso e tardivo atto di rispetto e civiltà. Ci preoccupa la mancanza di un approccio laico alla questione: molti hanno sfoggiato tecnicismi ed argomentazioni che sanno di vecchia ideologia e di nuovo fondamentalismo. La laicità è l'unico approccio capace di garantire la crescita civile di una società multivaloriale. Non si può parlare di rapporti umani come se si parlasse dei capitoli di un bilancio o avversare le nostre relazioni opponendovi il «giusnaturalismo». Far discendere le scelte politico-amministrative solo dalle proprie convinzioni individuali, come fa anche il nostro Sindaco, significa ritirarsi dal confronto con altre scelte etiche e aprire la strada a guerre fra opposti integralismi. Ma, ci chiediamo, può esistere un'obiezione di coscienza quando in ballo ci sono i diritti di una comunità umana costretta ancora combattere per l'uguaglianza? Crediamo fermamente che ad uguali doveri, dovrebbero corrispondere uguali diritti. Su questo principio fondamentale muoveremo per il futuro la nostra azione sociale, culturale e politica, nel profondo rispetto per le idee di chi ci avversa. Purché lo facciano nel rispetto della nostra dignità. Luca Trentini presidente di Orlando Comitato provinciale Arcigay Brescia |